Ferramonti di Tarsia, l'ossimoro dell'umanità in un lager fascista

“Treno 616 iersera con due vetture speciali partiti diretti Ferramonti di Tarsia centosei ebrei scortati da militari Arma. Riservomi trasmettere elenco definitivo, avvertendo che sono da considerarsi tutti indigenti”. Un telegramma, asciutto e formale, con il quale il governatore della Lubiana il 29 luglio del 1941 avvisava della deportazione di famiglie ebree di provenienza austriaca, polacca, tedesca, cecoslovacca, verso il campo di concentramento calabrese. Con loro anche donne sole. Un viaggio in treno durato due giorni fino alla stazione ferroviaria di  Mongrassano, in cui possiamo immaginare i pensieri, le emozioni, il disorientamento dei bambini, l’inadeguatezza dei loro genitori a far fronte ai normali bisogni. Rimanevano l’abbraccio e gli sguardi, il pianto soffocato, la terribile sensazione di andare incontro all’ignoto.

 

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Memoria come resistenza. Una narrazione

Di fronte ai tentativi di revisionismo e negazionismo che procedono di pari passo a derive populiste e a rinascite nazionaliste, anche il mantenimento della commemorazione del 25 aprile come Giorno della Liberazione è un atto di resistenza! In questo contesto, in cui riaffiorano ideologie fasciste e si moltiplicano episodi di xenofobia e di antisemitismo, il recupero della memoria dovrebbe ossigenarci o, meglio, dotarci di anticorpi necessari a ribadire i valori democratici nel rispetto delle diversità e della persona umana. Le politiche d’inclusività e di accoglienza, uniche a garantire la pace, si costruiscono sulla memoria storica e, quindi, sul mantenimento obiettivo dei fatti storici, scindendoli dal presente ma per rispondere alle domande cogenti del presente.

Memoria dunque come resistenza per ricordare che la Liberazione fu determinata da quel nucleo fondante di partiti che diedero vita alla Costituzione e che non sono più gli stessi.

 

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Rete universitaria per il Giorno della memoria

Intervista a Paolo Coen

In occasione della Giornata della memoria 2017 ho avuto modo di approfondire il quadro metodologico entro cui si muove ormai dal 2011 la Rete universitaria per il Giorno della memoria con il professore Paolo Coen, allora ricercatore presso l’UniCal, e ora docente di Storia dell’arte moderna presso l’ateneo di Teramo, tra i promotori dell’iniziativa. Tra l’altro, Coen ha creato un sito internet per la divulgazione delle proposte della Rete, da dove è possibile reperire anche materiali originali, frutto della sua personale ricerca.

 

Tra l’altro, Coen ha creato un sito internet per la divulgazione delle proposte della Rete, da dove è possibile reperire anche materiali originali, frutto della sua personale ricerca (http://paolocoen.blogspot.it/)

 

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L'iniziativa della mostra "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"


Nella memoria la "restitutio" della dignità, il senso di una sfida

 

«La vera testimonianza non implica solo

 il campo del diritto, le aule dei tribunali o la verità storica.

La testimonianza risponde solo di colui

che la sostiene attraverso

l’unico supporto che ha, ovvero la parola»[1].

 

Questa riflessione nasce dall'interesse pluriennale sulla Didattica della Shoah e, soprattutto, dall'esperienza progettuale presso L'IIS-LS "G. Galilei" di Trebisacce.

 

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Per non dimenticare...

... che la ragione genera mostri

GIORNATA DELLA MEMORIA 2014

Non dovremmo dimenticare lo sterminio nazista per non dimenticare che è stato generato dalla nostra stessa ragione occidentale, quella ragione figlia del pensiero illuminista e romantico che ha portato nel ventre dell’ideologia nazista quei semi rigogliosi anche ai nostri tempi.

Mi riferisco al pensiero positivista con la fiducia assoluta nella tecnica e nel consumismo di massa come sviluppo di una società liberale, all’idea nazionalista maturata da Fichte nei “Discorsi alla Nazione tedesca” fino ad Hegel con la sua tesi sullo Stato etico. Con la morte di Dio e l’esaltazione dello spirito dionisiaco nella volontà di potenza, poi Nietzsche non ha fatto altro che portare, seppure in modo involontario, altra linfa alla costruzione ideologica del soggetto dominatore[1]. Questa nuova aristocrazia di dominatori, gli Oltre Uomini (Übermensch), che «grazie alla loro sovrabbondanza di volontà, sapere, ricchezza e influsso, - scriveva Nietzsche in Frammenti postumi, 2[57] (1885-1887) -  si serviranno dell'Europa democratica come del loro strumento più docile e maneggevole per prendere in mano le sorti della terra, per plasmare, come artisti, l'uomo stesso».

Un pensiero nazista che ha trovato altre giustificazioni nell’adesione di Heidegger, spinto da un’esigenza di attivismo nel voler realizzare la sua personale idea di intellettuale engagé (così Gianni Vattimo in un’intervista di Bruno Giurato il 5 giugno 2012)[2] , ma colpevole di non aver colto filosoficamente l’orrore implicito nell’ideologia nazista.

Il razzismo hitleriano si è nutrito di azioni legislative successive che hanno scandito l'isolamento e la ghettizzazione di ebrei per poi tradursi in "soluzione finale"[3].

Per giustificare lo sterminio, il nazionalsocialismo di Hitler ha dovuto compiere altri passaggi: ridurre la persona umana con la sua irriducibilità e singolarità a individuo e quindi a semplice numero; ha dovuto privilegiare la sperimentazione genetica rinforzando l’idea di superiorità della razza ariana quando già il concetto di razza aveva trovato ancoraggi nella scienza positivista e Cesare Ombroso ne era diventato un illustre seguace; ha dovuto pianificare in modo sistematico l’annientamento di uomini, donne e bambini. Ma non bastava perché si è imposto come regime totalizzante sulle coscienze della nazione tedesca convincendo il suo popolo ad interiorizzare leggi che non potevano trovare nessuna legittimazione.

Drammatica in questo senso l’ultima intervista rilasciata da Erich Priebke come “testamento politico e umano”.

Il capitano delle Ss, condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944, in cui morirono 335 persone, ribadisce fino all’ultimo la sua certezza di essere nel giusto. Il nocciolo del problema è tutto in quelle poche parole: «La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung e ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore».

Convinzioni che lo portano a negare l’esistenza delle camere a gas, frutto – secondo la sua versione - di propaganda, mistificazioni infamanti e volontà di criminalizzazione della Germania nazista.

Priebke è l’esempio eclatante di come il forte senso di appartenenza nazionalista riesca a conservare una sua coerenza nella menzogna, nell’alterazione della verità fino a capovolgerla nel suo contrario. Mantenere la fermezza di posizioni legalizzate con le quali ha potuto giustificare la carneficina da lui stesso compiuta sarà pure stato il punto di forza per mantenersi in vita e non cedere alla disperazione, ma traduce, al contrario, la debolezza di un uomo che ha perso il contatto con la realtà e che per vivere deve credere di essere nel giusto. La debolezza di chi è soggiogato, dominato dall’ideologia. La giustizia, appunto. Semplice conformità alla legalità o invece riflessione critica, consapevole e quindi legittimazione delle regole condivise? Questo il dilemma che rimane sempre comunque aperto al nostro tempo, dove ancora sopravvivono totalitarismi e fondamentalismi, emarginazioni e pregiudizi etnico-religiosi, per impedire ancora che, come nella tragedia di Sofocle, le leggi di Creonte abbiano potere su quelle custodite da Antigone. Legalità non può confondersi con il rispetto asettico delle leggi, perché invece dovrebbe dare, oggi come allora, significato alla vita civile in cui ogni uomo realizza il proprio progetto di vita nel rispetto di quella altrui.

 

Francesca Rennis

 



[1]E’ ancora accesa la querelle storica sull’interpretazione della volontà di potenza in senso autoritario da parte di Nietsesche, ma questo non toglie importanza al fatto di come sia stata accolta nelle file del nazionalsocialismo e del fascismo attraverso la mediazione di altri intellettuali di rilievo come D’Annunzio in Italia.

            [2] http://giannivattimo.blogspot.it/2012/06/heidegger-nazismo-e-filosofia.html

          [3] Per una comprensione esaustiva della problematica rimando ai testi di Hilberg e Christopher R. Browning.

 


                    Shoah

 

                    Ombre lontane

                    s’avvicinano

                    al passo trionfale della morte.

 

                    Tiepide aurore

                    non saranno più soli.

Lugubri brusii

emersi da un oceano

di onde tecnologiche

come vivide parole

falciano sogni e vita.

 

Sentieri spianati

da una legalità che puzza di marciume

dove l’uomo perde la propria essenza

e la storia trova la sua rivolta

nella vittima che annienta il carnefice.

 

Francesca Rennis